Giulio Di Luzio – autore, attivista e giornalista

 

Questa è la pagina autore di ProMosaik LAPH dedicata all’autore, attivista e giornalista Giulio Di Luzio.

 

Biografia:

L’Autore è nato e vive in Puglia. È stato per anni giornalista per i quotidiani italiani il manifesto, La Repubblica e Liberazione.

Ha pubblicato i saggi: I fantasmi dell’Enichem–2003, A un passo dal sogno–2006, Il disubbidiente–2008, Brutti, sporchi e cattivi-2011, Clandestini-2013, Non si fitta agli extracomunitari-2014, Apartheid all’Italiana-2021 (tradotto in tedesco).

Tra i suoi romanzi figurano: La fabbrica della felicità-2016, Fimmene-2017, Tuccata-2018, La libertà negata-2021 (tradotto in tedesco).

 

Qui di seguito una breve presentazione delle sue opere:

 

Agli inizi degli anni Settanta l’Enichem insedia uno stabilimento di concimi a Manfredonia. Alcuni intellettuali e ambientalisti lanciano invano l’allarme sui rischi per l’ambiente e la distruzione delle vocazioni turistiche e agricole del territorio. Ma spunta il ricatto-condanna: chi porta il lavoro detta le regole del gioco. Così il petrolchimico piegherà la vita di migliaia di persone alle sue esigenze e centinaia di operai lavoreranno per anni a contatto con sostanze cancerogene. Di fronte ai ripetuti incidenti e alla tragedia dimenticata di tanti lavoratori uccisi dal cancro, l’azienda minimizza e spesso tace sugli esami clinici dei suoi dipendenti. Sarà uno di loro, Nicola Lovecchio, a segnare una svolta nella storia del petrolchimico.
E’ già tramonto. Un tramonto di un sole rosso arancio, che cattura gli sguardi e li proietta sopra un orizzonte, che sembra a portata di mano, ma non lo è. È l’orizzonte del Paese abbandonato, della scelta dell’Occidente e dei suoi miraggi, È una linea lontana, che tiene per mano migliaia di sagome esili e nere, ma oggi è soprattutto un grande tunnel senza uscita, in cui si frantumano i sogni sotto la terra arida e bollente dell’agosto di un Sud del mondo. Ma quel sogno non si spegnerà con la morte di Jerry e anzi in tanti, bianchi e neri, raccoglieranno il testimone ideale del suo insegnamento e quel sogno diverrà contagioso e segnerà le coscienze di larga parte dell’opinione pubblica in Italia e in Europa. È un sogno che vola alto ancor oggi, quello di Jerry Masslo, a perenne ammonimento sulle nostre deboli ed equivoche coscienze. Vola alto come un’aquila, che scivola immobile tra i monti e i suoi silenzi con la sua potenza e la sua lungimiranza, mentre la politica starnazza e tenta di levarsi in cielo, naufragando però su se stessa.
Nel 1936 Giovanni Palatucci, giovane funzionario di polizia, giunge alla Questura di Genova. Ma i suoi forti sentimenti di giustizia e di fede si scontrano subito con la burocrazia dell’apparato amministrativo. Viene così mandato a dirigere l’Ufficio Stranieri della Questura di Fiume. È il 1938, anno di promulgazione delle leggi razziali e Palatucci, nel suo nuovo incarico, sceglie di „disubbidire“ e di seguire la sua coscienza di uomo libero. Insieme ad alcuni fidati collaboratori costruisce una rete di soccorso, grazie alla quale riuscirà a salvare migliaia di profughi, perseguitati e oppositori del regime, prima di essere arrestato da Herbert Kappler e deportato nel lager di Dachau, dove morirà a 36 anni. Lo Stato di Israele lo ha riconosciuto „Giusto tra le Nazioni“. È in corso la Causa di Beatificazione da parte della Chiesa.
Con rigore scientifico e passione civile nel volume si indaga sul ruolo dei media nella costruzione della figura -generalmente negativa- dell’immigrato, sempre e solo chiamato „clandestino“, secondo una vulgata giornalistica che non gli riconosce altro status: migrante, immigrato, irregolare, richiedente asilo, profugo politico, rifugiato. Ben diversa è l’immagine, che risulta negli ambienti scientifici, dalla ricerca sul campo, dai rapporti diretti con le comunità di stranieri in Italia. Ma la realtà conta poco, quando la posta in gioco non è la credibilità scientifica ma la preziosa merce del consenso. Gran parte della stampa italiana ha acquisito un ruolo centrale nella definizione del clima di sospetto verso i nuovi arrivati, quando non addirittura di aperta xenofobia. Qualcosa che i meridionali migrati a Torino o Milano negli anni Sessanta ben ricordano, quando erano sbattuti in prima pagina dai quotidiani come ‚“calabresi“, „pugliesi“ o „siciliani“. Di Luzio si lancia in un coraggioso lavoro di ripristino della verità storica e di informazione, riportando alla memoria recenti avvenimenti di cronaca, che hanno rappresentato pagine poco dignitose per l’informazione del nostro Paese.
È un viaggio tra le parole, che fissano nell’opinione pubblica e nell’immaginario collettivo – soprattutto tra i più giovani – lo stigma del clandestino, dell’extracomunitario, dell’invasore, all’interno di un fenomeno, quello dell’immigrazione italiana, descritto con una terminologia lugubre e delittuosa. Il risultato è un vocabolario condiviso, fatto di allarmismi e panico sociale, un vero e proprio lessico dell’emergenza, discriminatorio e razzista. Tutto questo avviene senza neanche accorgercene. Il libro scandaglia così la narrativa pubblica alla ricerca degli slittamenti semantici e dell’inversione di senso, che si sono andati affermando negli anni e che i media hanno ben raccontato nei loro pigri copioni. L’Autore offre una sorta di antidoto per districarsi nella giungla di piccole e grandi news dei “diversi” Tg, quell’abbuffata di notizie sul marocchino, tunisino, sui soliti rom, che sovente sono l’altra parte della censura.
Dov’è finita la storia dell’Italia come Paese mite e accogliente? Intorno a questo interrogativo l’Autore raccoglie l’intera vicenda immigratoria italiana, dimostrando l’inconsistenza di aggettivi benevoli, storicamente contraddetti almeno dagli ultimi trent’anni. Di Luzio ricostruisce i processi migratori, che hanno investito l’Italia come area di approdo, invertendo il copione di „Paese di santi, eroi, navigatori“ e, appunto, „migranti“: dalla prima legge del 1986 alla Legge Martelli del 1990, per giungere alla istituzione dei Centri di Permanenza Temporanea della „Turco-Napolitano“ all’interno dalla stagione proibizionista della Tolleranza Zero, fino alla successiva „Bossi-Fini“. Il „Pacchetto-sicurezza“ del 2009 segna l’impennata di una visione reclusiva e poliziesca del fenomeno immigratorio: „Sindaci-sceriffo“ e ronde razzista inquinano da nord a sud la cultura italiana. Quel Paese mite e accogliente è ormai solo una favola.
Così descrive il romanzo Giulio Di Luzio, che affida le parole al figlio di un operaio: “In un paese del Sud nasce la fabbrica della felicità. Così la chiamano contadini e pescatori, che abbandonano la terra e la pesca. In tanti facevano un corso e il Commendatore li assumeva a fare concimi. Ci facemmo la casa. la Fiat 600, i figli a scuola. Ma nel ‘76 lo scoppio di un impianto rilascia tonnellate di arsenico. Negli anni ‘90 il male moderno infioretta con parole irripetibili le diagnosi dei medici. Anche mio padre si ammala. Ma il suo punto di osservazione era cambiato: ora cercava la verità. Con l’aiuto del suo oncologo inizia una ricerca sulle cause delle malattie. Comincia il processo. Stai sputtanando il commendatore, lo rimproveravano. E lui: ho la coscienza a posto. Ma la giustizia dei più forti calpesterà la verità storica e una nuova stagione di emigrazione si aprirà per i giovani, che avevano creduto nella fabbrica della felicità. Il simbolo di mio padre doveva essere cancellato per sempre”.
Durante gli anni Sessanta, nel periodo delle grandi migrazioni verso le fabbriche del Nord, alcuni meridionali decidono di abbandonare le tute blu per tornare a casa. Nelle campagne pugliesi, infatti, si va estendendo un’inedita possibilità di lavoro: l’alternativa alle fabbriche si chiama caporalato, un sistema che gestisce schiere di braccianti uomini e donne, costretti dalla miseria a spaccarsi la schiena sui campi, dopo viaggi infernali a bordo di furgoni scassati. Proprio quei furgoni della morte diventeranno l’emblema di una stagione terribile del mondo del lavoro, in particolare del bracciantato femminile: un tragico e quotidiano copione di lutti, fra chi in un incidente perde la vita e chi -come Titti, una delle protagoniste del romanzo -resta invalida. Un giorno, però, le fimmene decidono di ribellarsi al caporalato e all’ipoteca, che questo sistema minaccia di gettare sul loro futuro, dopo aver già segnato il destino delle loro madri e delle loro nonne. La sede della Camera del Lavoro, che per lungo tempo aveva ospitato solo partite di briscola fra anziani, torna così a essere il luogo in cui progettare il sogno della libertà. Un sogno che vedrà combattere al fianco di Titti e delle altre fìmmene anche l’ex caporale Vincenzino e il giovane sindacalista Michele. Un sogno acerbo e denso di coraggio, che dovrà però fare i conti con la durezza di una realtà che pare immutabile.
Siamo alla fine degli anni Cinquanta. In uno spicchio di Salento dimenticato da Dio e dagli uomini, dove li carusi portano i pantaloni corti anche d’inverno e le gonne delle caruse arrivano rigorosamente al ginocchio, il mese di giugno ha in sé qualcosa d’imprevedibile e rituale al tempo stesso: è in quel periodo che la gente si rintana in casa aspettando l’arrivo dei suonatori, chiamati a officiare l’esorcismo della danza, unico mezzo per liberare le tarantate, le braccianti pizzicate dal ragno durante il lavoro nei campi. Una di quelle tarantate è la madre di Felicia, e tarantata diventerà anche Felicia stessa, quando il primo amore per un giovane bellissimo e irraggiungibile (lu principe), la getterà in quello stato di abbandono, che solo San Paolo e l’acqua miracolosa del suo pozzo a Galatina pare possano guarire. I tempi, però, stanno cambiando: la chiesa non tollera più gli esorcismi della danza e cerca di sradicare l’universo simbolico del tarantismo. Così, sola con il suo amore negato, pazza, scandalosa, troppo innamorata di una libertà proibita, Felicia diventerà una di quelle donne, che la scienza comincia a guardare solo come oggetto di interesse psichiatrico, senza capire né trovare un antidoto al veleno, che scorre nelle loro vite.
Questo libro è l’“antifiaba” di un’Italia, propagandata come mite e accogliente, sentimentalista e mammona. È uno schiaffo sulla faccia di quella società civile e democratica, che ignora le grida di libertà lanciate dai ghetti italiani per migranti, scardinando il velo delle ipocrite presuntività. Il salto di paradigma da Paese di emigranti e terra di approdo rappresenta la declinazione, che Di Luzio utilizza per dimostrare il taglio di memoria storica operato e l’affermarsi di una cultura discriminatoria, sostenuta da narrative pubbliche, inclini a riproporre con ossessione il frame dell’invasione. Le scelte odierne hanno inaugurato una stagione di forte criminalizzazione dei migranti con una legislazione lesiva dei diritti umani e civili e una visione punitiva ed emergenziale.
Questo libro racconta una storia realmente accaduta nel Sud Italia negli anni 60, in cui le contadine erano sottomesse a mariti, padri, fratelli ed era loro precluso ogni piacere sociale, affettivo e sessuale. Per reagire a questa vita di preclusioni e rinunce, esse cercavano nell’estate di ogni anno il riscatto attraverso l’esorcismo della danza, grazie al ruolo e al potere di manipolazione avuto dalla Chiesa, fino a placare ogni forma di possibile ribellione alla loro condizione esistenziale. Chi invece non si rassegnava alla legge non scritta di una tradizione immutabile e si spingeva oltre ogni divieto, era costretta a fuggire dal paese ed emigrare all’estero o finiva in manicomio, bollata col marchio della malattia mentale con la complicità dalla religione e dalla medicina. O fare la scelta della protagonista!

I due libri tradotti da ProMosaik in lingua tedesca li trovate qui:

Qui di seguito le interviste realizzate da ProMosaik con l’autore:

Giulio Di Luzio – Il razzismo è l’indicatore di una società, che ha messo al primo posto il profitto

Giulio Di Luzio – Der Kapitalismus ist an sich rassistisch

Giulio Di Luzio – Psichiatrizzazione delle donne tarantate e il ruolo della Chiesa

Giulio Di Luzio – Tanzwut, Psychiatrie und Kirche

Apartheid all’Italiana di Giulio di Luzio – il paradigma razzista italiano

 

Qui di seguito alcuni video e la presentazione del libro in Italia:

 

Giulio Di Luzio presenta il saggio “Apartheid all’italiana. Antifiaba dell’Italia accogliente”

Giulio Di Luzio presenta il saggio “Apartheid all’italiana. Antifiaba dell’Italia accogliente”

 

Grazie!

Milena Rampoldi, fondatrice di ProMosaik LAPH